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Il Giornale dell'Arte

Le ultime notizie del Il Giornale dell'Arte
  • Giorno per giorno nell'arte
    Pubblicato il catalogo generale di Borgonzoni. 600 opere provenienti da musei, collezioni, istituzioni artistiche in Italia e all'estero sono raccolte nel primo tomo del «Catalogo generale delle opere di Aldo Borgonzoni 1913-2004». Curato da Claudio Spadoni, il volume di 472 pagine edito da Allemandi sarà presentato a Bologna nello Stabat Mater mercoledì 24 alle 17. [Ansa]Nel mondoRiappare su Twitter la «ragaza con la Leica» Pubblicata dopo 80 anni la fotografia di Gerda Taro, la compagna del celebre fotografo Robert Capa caduta in Spagna nel 1937 durante la guerra civile. Dapprima diffusa su Twitter, è stata ripresa dal Guardian.La lotteria di «Mr. Patrimonio» Incaricato da Macron in persona di cercare fondi per salvare i monumenti francesi in pericolo, Stéphane Bern ha lanciato una serie speciale di biglietti del gratta-e-vinci il cui ricavato andrà in parte a iniziative a favore dei beni culturali. [Le Monde]Una gestione approssimativaNon è solo colpa del tempo e dell’inquinamento: da un esame su 42 grandi cattedrali inglesi emerge che il fattore più usurante per edifici e arredi è stato la cattiva gestione da parte del clero. [The Times]Sotheby’s omaggia Pierre CardinIn occasione dell’esposizione dei suoi mobili da Sotheby’s a Parigi una pagina del «Figaro» traccia un profilo di Pierre Cardin, 95enne autodidatta che ha conquistato il mondo con il suo design futurista. [Le Figaro]Immortale ceramicaUn approfondimento di due pagine spiega come i lavori su ceramica si siano convertiti in un grande laboratorio, nel quale gli artisti sperimentano riletture dello stile popolare oscillando tra la tradizione e le nuove alternative espressive. [El País]Il paradiso dei lettori è a TenerifeUn lungo servizio presenta ai lettori il nuovo grande centro culturale di Santa Cruz a Tenerife, dotato anche di una spettacolare biblioteca, progettato dai noti architetti Herzog & de Meuron. [Frankfurter AZ]In ItaliaUn museo del design al Pirellone?In una lettera al giornale Mario Bellini propone, visto il grande successo che ogni anno riscuote il Salone del Monile di Milano, che la città si doti di un museo permanente dedicato al Design, magari con sede presso il Pirellone. [Corriere della sera]Allarme a Torino MuseiSi è dimesso ieri il segretario generale di Torino Museo Cristian Valsecchi: sono in molti a vedervi il tracollo di un progetto naufragato in un mare di tagli. [La Repubblica]Inquinamento luminoso a VeneziaNelle notti serene è visibile fino a Marostica: si tratta del faro xenon, installato per festeggiare i 100 anni di Porto Marghera a Venezia. Con i suoi 72mila watt è in grado di proiettare un fascio di luce di 12 chilometri. [La Repubblica]Restauri per lo stendardo di TizianoLo stendardo processionale di Tiziano, unica sua opera ancora presente a Urbino (presso la Galleria nazionale delle Marche), si trasferisce temporaneamente a Roma per essere sottoposto a restauro. [Corriere della sera]
  • Giappone nel limbo
    Metz (Francia). La prima monografica in Francia del collettivo di artisti giapponesi Dumb Type si tiene nella filiale di Metz del Centre Pompidou dal 20 gennaio al 14 maggio. Il movimento è stato fondato nel 1984 da una quindicina di studenti (videomaker, artisti visivi, grafici) del Kyoto City Art College. Le sue figure centrali sono Teiji Furuhashi, Ryoji Ikeda e Shiro Takatani.«Dumb» significa «stupido» ma anche «muto». E a proposito del nome, Furuhashi, morto nel 1995, aveva spiegato che fa riferimento alle trasformazioni della società giapponese degli anni Ottanta, una società superficiale e del consumo, dove la tecnologia la fa da padrona e «ogni individuo è sommerso d’informazioni ma non è cosciente di niente». Ne è nata una forma d’arte sperimentale e ibrida, che mescola perfomance e introspezione sensoriale e multimediale.La mostra di Metz, realizzata in collaborazione con il Mot-Museum of Contemporary Art di Tokyo, allestisce cinque grandi installazioni audiovisive «immersive» del Dumb Type. Una, inedita, raccoglie alcune grandi performance di Teiji Furuhashi, tra cui «PH» (come «Potential Heaven/Hell»), dei primi anni Novanta, una critica della società giapponese che, secondo l’artista, vive in una «via di mezzo», una specie di limbo, e «S/N» (come «Signal/Noise») del 1994, anno in cui Furuhashi rivelava la sua sieropositivà, e che riflette sulla propagazione del virus Hiv proiettando parole e frasi shock come «sogno che il mio genere sparisca». Nella foto, «Voyage».Centre Pompidou-Metz
  • Il tappeto vagante
    Modena. Continua con l’artista Franco Guerzoni (Modena, 1948) l’apprezzabile presentazione del binomio tra arte contemporanea e arte tessile proposta dalla galleria Antonio Verolino. È ora la volta della rassegna «Motivi vaganti. Nuove trame», allestita dal 20 gennaio al 25 febbraio a cura di Davide Ferri.La mostra ruota intorno a un ampio tappeto interamente annodato a mano a Lahore, in Pakistan, a partire da un progetto grafico di soggetto astratto di Guerzoni. Il fulcro narrativo dell’opera è costituito da colori e composizione forniti dall’artista. L’opera finale, appunto «Motivi vaganti», misura 2,6x3,9 metri. Il tappeto, firmato dall’artista modenese e numerato, è composto al 100% da lana «ghazni», originaria dell’Afghanistan, cardata e filata a mano.Oltre all’opera principale la mostra include anche il progetto dipinto da cui deriva l’immagine riprodotta e alcuni disegni dell’artista realizzati in corso d’opera mentre veniva realizzato il tappeto. È inoltre esposto un arazzo in lana, tessuto a telaio in Sardegna: si tratta di «Grotta», di 1,7x1,2 metri, tessuto a telaio «orbace» in lana naturale su disegno ricamato a mano. Dalle opere emerge l’archeologia personale, reale e immaginaria, di Guerzoni che fonda la sua produzione su passaggi dalla fotografia al disegno e dal disegno al dipinto. Guerzoni è attivo dai primi anni Settanta, quando si forma in un contesto concettuale con artisti quali Giuliano della Casa, Claudio Parmiggiani, Franco Vaccari e il fotografo Luigi Ghirri. La sua produzione si sviluppa verso la pittura, alimentata dall’attrazione per le rovine, le scrostature e le stratificazioni gessose degli intonaci.Galleria Antonio Verolino
  • «Meno uno» a Matera capitale europea della cultura 2019
    Conto alla rovescia per la Capitale Europea della Cultura. Un cantiere collettivo darà vita a un'architettura effimera di Olivier Grossetête A un anno esatto dal 2019, Matera dà il via al countdown che la porterà a diventare Capitale Europea della Cultura. «Meno uno» è il titolo dell’evento che, il 19 e 20 gennaio, porterà alla realizzazione dell’architettura effimera dall’artista Olivier Grossetête; un’opera che farà da quinta alla perfomance di Antoine Le Menestrel (con accompagnamento musicale di Max Casacci e Ninja dei Subsonica con il progetto Demonology HiFi) e alla presentazione ufficiale del 50% del programma di Matera 2019.Abbiamo invitato Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera-Basilicata 2019 a fare con noi il punto della situazione.Degli obiettivi prefissati cosa è stato raggiunto? Che cosa invece comporta ancora criticità?Nel 2017 abbiamo raggiunto il 90% degli obiettivi che ci eravamo prefissati: l’avvio dell’Open Design School, l’individuazione dei 27 project leader della scena creativa lucana che con i loro progetti andranno a realizzare metà del programma culturale del 2019, la selezione dei Matera Change Makers e i Matera Linkers, il bando per gli sponsor, la promozione di mostre in collaborazione con il Polo Museale Regionale della Basilicata e importanti soggetti nazionali e internazionali (American Academy in Rome, Agenzia Spaziale Italiana, Museo Muza di Malta), la ricostituzione del webteam e il lancio della piattaforma MateraEvents, il convegno internazionale sul progetto IDEA, la sperimentazione del progetto di sostenibilità degli eventi, le attività di animazione dei giardini di Gardentopia, il bando per la selezione del personale. Quanto alle criticità, nel 2017 non siamo riusciti a risolvere questioni importanti come il personale e le risorse finanziarie, di nostra competenza, ed è rimasta in sospeso la questione degli spazi di competenza della città di Matera. Con un piccolo miracolo, gli obiettivi di cui parlavo sono stati raggiunti con il 60% del budget e il 40% del personale, in spazi non adeguati.Qual è il significato dell’architettura effimera che si andrà a costruire?L’architettura ideata da Grossetête ha un significato sia simbolico che pratico: è la metafora del cantiere a cui tutti i cittadini sono chiamati a collaborare; essendo in cartone è l’immagine di una città sostenibile; la sua costruzione e distruzione richiama la tradizione materana del carro della Bruna; alla sua realizzazione hanno partecipato in particolare i bambini e i ragazzi, nelle cui mani è riposta la nuova identità della Matera del futuro, una Matera in cui i giovani vogliano ritornare a vivere e lavorare. E poi è alta 19 metri, il nostro numero fortunato.Che cosa succederà a Matera nel 2019? Può darci qualche anticipazione sul programma?Ciò che presenteremo nel corso di questo momento pubblico saranno i progetti dei 27 project leader della scena creativa lucana, selezionati dopo un percorso di build-up avviato la scorsa primavera. Ciascun progetto è legato a uno dei 5 temi del dossier. Ne cito, a titolo di esempio, uno per tema. Per Futuro Remoto, «Suoni del Futuro Remoto» vuole presentare all’Europa il racconto di Matera, attraverso l’esplorazione della sua acustica, dei suoi suoni e delle sue tradizioni. Per Utopie e Distopie, «Padiglioni invisibili» intende favorire una riflessione sulla responsabilità dell’architettura e della ricerca artistica nello spazio della città di Matera. Per Continuità e Rotture, «Architetture della vergogna», indaga le relazioni tra architettura e vergogna come metro dei valori d’Europa. Per Radici e Percorsi, con «The Silent Academy» si darà vita a una «scuola di mestieri» fondata sulle competenze dei migranti e le esigenze del territorio. Per Riflessioni e Connessioni, con «M.E.M.O.RI. - Museo Euro Mediterraneo dell’Oggetto Rifiutato», si realizzerà un museo costruito con interventi artistici effettuati su oggetti rappresentativi del patrimonio culturale e civico euro-mediterraneo.Il resto del programma sarà presentato a Bruxelles, Roma e Matera fra il 19 giugno e il 1 luglio e prevede, oltre alle quattro grandi mostre, alcune coproduzioni di livello nazionale e internazionale. Solo per citarne una, quella con il Teatro San Carlo di Napoli, con cui realizzeremo un Cavalleria Rusticana nei Sassi.Matera-Basilicata 2019
  • La Biennale è dei visitatori
    Si è chiusa la Mostra curata da Christine Macel e abbiamo annunciato il curatore della prossima: Ralph Rugoff. Com’è noto l’edizione appena chiusa ha registrato un balzo in avanti nel numero dei visitatori (+23%, più di 615mila). Non siamo qui per inchinarci ai successi numerici né per assuefarci all’idea stessa del «successo». Non sono infatti questi i parametri principali di un’istituzione culturale che deve trovare in altre finalità le ragioni del suo esistere e del suo impegno.Mi pare però opportuno trarre qualche considerazione. Innanzitutto ricordo che La Biennale nulla spende in campagne pubblicitarie (solo qualche striscione addobba i ponti di Venezia) né mai sollecita la partecipazione dei Paesi. Se i Paesi partecipanti aumentano e i visitatori anche, è indice di un’accresciuta fiducia nell’istituzione. È praticamente assente poi ogni connessione con il flusso di turisti che affollano Venezia: chi programma di venire alla Biennale compie una scelta precisa. Altra novità registrata: il numero di visitatori settimanali per ben 9 volte tra ottobre e novembre è stato superiore al numero registrato durante il vernissage.Moltissimi i giovani e i gruppi e un grande lavoro per i giovani laureati che abbiamo dislocato lungo il percorso di Mostra, preparati a illustrare e a rispondere a domande del pubblico, mentre sono state molto frequentate le sessioni dove si è offerta l’occasione di incontrare e dialogare con gli artisti. Possiamo dedurre che l’interesse spontaneo per l’arte contemporanea è aumentato? Che è cresciuta la familiarità con l’arte contemporanea e la volontà di scoprirla direttamente e personalmente? Per lo spirito che ha dominato anche in questi sei mesi sarei proprio tentato di dire di sì. E qui troverei davvero motivo di interesse e di ulteriore impegno.Il principio del dialogo libero e aperto, lo spirito di ricerca che anima ogni Mostra che viene affidata alla responsabilità e dunque al coraggio delle scelte (diverse e motivate) di ciascun curatore, ci apre alla fiducia del visitatore. La Biennale che come è naturale è frequentata nei primi giorni da «addetti ai lavori», collezionisti (con i loro famosi yacht), rappresentanti del mercato dell’arte, nella sua crescita diviene sempre più la Mostra del visitatore interessato. Del visitatore che vuole superare la barriera dei suoni e immagini che quotidianamente lo bombardano, del visitatore pronto a superare la legittima diffidenza che suscita l’arte contemporanea ogniqualvolta si presenta collusa con la finanza e, infine, del visitatore che vuol cercare il proprio personale dialogo con le opere e gli artisti. Sono questi tra i principali obiettivi che muovono il nostro lavoro.A volte ho definito la Biennale come la «macchina del desiderio» che deve rinnovare continuamente il desiderio di conoscenza e di arte, architettura, musica, danza, teatro ecc. in aperta competizione con tutto ciò che ci conduce all’assuefazione e al conformismo. Oggi siamo di fronte a un’altra pericolosa deriva: quella della tendenza alla sovrasemplificazione e alla negazione della complessità, che sono alla base di atteggiamenti e movimenti populistici. Questi si alimentano di un individualismo massimalista che diventa anche identitarismo ossessivo, che lascia poco spazio alle argomentazioni e ci rende facile preda di chi usa la paura e la frustrazione come leve del potere.Al riarmo culturale cui ciascuno dovrebbe attendere in tali circostanze, si aggiunge la necessità di ricreare vere comunità di scambio culturale, non semplicemente solitudini «connesse» nel «popoloso deserto della rete». La Biennale dei visitatori non è dunque un cedimento al populismo. Al contrario è e vuole essere una ricerca dei rimedi e degli antidoti al populismo; vuol contribuire allo sforzo di affermazione dell’individuo non impoverendolo ma «attrezzandolo» di fronte alle complessità con cui è chiamato a confrontarsi. L’arte e gli artisti sono indispensabili a questo fine.E dunque sentiamo nostro scopo storico promuovere l’incontro diretto con l’opera e l’artista e offrire direttamente al visitatore quel complesso percorso che si compie davanti all’opera d’arte che parte dai richiami della memoria, accoglie  le provocazioni, gli sbilanciamenti, fino alla scoperta del diverso e vitale. Qui il visitatore deve sentirsi cimentato in una sorta di schermaglia.E così, pur avendo ben presenti i legami tra arte, storia, politica, antropologia ecc. nonché il rapporto dialettico tra libertà dell’arte e costrizioni degli ordinamenti politici ed economici, non abbiamo seguito la via intrapresa da altri nostri simili, e cioè quella di dar vita a celebrazioni di riti di redenzione dalle colpe del passato o del presente usando gli artisti come avanguardia politica. Né abbiamo dato vita per contro a celebrazioni di identità, grati semmai ai padiglioni dei Paesi partecipanti, dalle cui libere scelte viene alla Mostra uno straordinario pluralismo (in barba ai pedanti che continuano nel loro ritornello che la Mostra per padiglioni è forma non più di moda). Né abbiamo dato vita a una rappresentazione museale su artisti approvati ex ante da ecclesiae accademiche. Vorremmo continuare a tenere viva la tensione del visitatore in un luogo dove l’opera è vissuta quasi nel suo nascere di fronte a chi la osserva. L’attribuzione a Ralph Rugoff dell’incarico di curare la prossima Biennale d’Arte è ispirata a questo obiettivo.