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Critica

Hanno scritto di lei

Luca La Porta

La ricerca di Carmen Spigno si inquadra sia nell’ambito dell’informale materico che della sand painting, la pittura con terre e sabbie praticata da millenni dagli indiani d’America e dagli aborigeni dell’Australia, tematizzando il rapporto tra uomo e natura in chiave ambientalista.
La centralità della tematica ecologista è suggerita dall’impiego di materiali umili, esclusivamente naturali ed ecocompatibili, come le terre colorate utilizzate come pigmenti, la resina degli alberi da frutto diluita in acqua utilizzata come legante, la carta impiegata come supporto.
Le terre, scure, bianche, marroni, ocra, arancio, rosse, vinaccia, provengono dalla Provenza, da una regione limitrofa alla Liguria in cui l’artista da sempre risiede e opera. La loro colorazione varia in base alla composizione chimica e mineralogica: le terre bianche contengono bismuto, le terre rosse ferro; invece le terre verdi-bluastre, prelevate nei pressi di Voltaggio (AL) sono composte prevalentemente da rame. Per la realizzazione di alcune delle opere del ciclo Terre lontane in mostra alla galleria A Sud Artecontemporanea di Realmonte, Spigno si è avvalsa di pigmenti gialli ricavati dalla polvere di tufo, la pietra che contraddistingue il paesaggio e il profilo urbano dei centri dell’agrigentino.
Spigno realizza le sue opere eseguendo una sorta di sinopia o di disegno preparatore. Successivamente il colore, ottenuto da pigmenti e resine e naturali, viene steso sul supporto con il pennello o sovrapponendo una parte del foglio all’altra con una pressione che può essere più o meno intensa.
Questo procedimento conferisce agli elementi visuali il carattere di impronte uniche, di segni irripetibili, di puri significanti, integralmente vincolati alla singolarità e unicità del gesto, alla pressione esercitata dalle mani sul foglio. Come dichiara Jacques Lacan nel saggio Lituraterre, “la singolarità della mano annienta l’universale”, dove per universale deve intendersi il significato, il contenuto di qualsiasi equazione simbolica. Nelle opere di Spigno il segno non può essere disgiunto dall’atto, dal gesto che singolarmente lo realizza. Il segno-gesto non intende veicolare nessun contenuto narrativo, non rinvia ad alcun referente, non manifesta nient’altro che l’energia primordiale dell’inconscio.
L’artista lascia che i materiali parlino da soli: la terra, in cui si sedimenta la memoria collettiva e millenaria dell’umanità, dalla quale l’uomo ha sempre tratto sostentamento, evoca inequivocabilmente il grembo materno e il suo potere rigenerativo e procreativo.
Manipolare le terre diventa allora un modo per attingere, con i mezzi dell’arte, alla linfa vitale della natura, per porsi in auscultazione dei suoi ritmi e dei suoi cicli fino ad identificarsi con essa come per effetto di una rêverie materna.

Luca La Porta – ottobre 2016

Francesca Bogliolo

Esistono da sempre nuove terre a cui anelare, nuovi mari da esplorare, nuove emozioni da attraversare. Partire, e nel contempo restare. Cambiare, rimanendo se stessi. Sognare, senza staccarsi completamente da una terra che è madre per sua stessa natura, che invita a evolversi pur rimanendo a essa legata. Le “carte” di Carmen Spigno mostrano come sia possibile rimanere in stabile equilibrio tra le proprie aspirazioni e le proprie origini, affondando le radici di una liquida verticalità in un saldo fondale materico che ha il sapore di un oceano primordiale da cui tutto è stato generato.
Le terre, aliene tanto da richiamare mondi lontani, pure mantengono qualche tratto intimista, familiare, come fosse necessario ricordare da dove si è venuti, per concedersi, una volta lontani, una inevitabile nostalgia. Un dolore di casa che parli della nostra esperienza dell’arte e, per traslato, della nostra visione del mondo. L’energia sprigionata dalle carte realizzate da Carmen Spigno per questa occasione espositiva traspare da monocromie informali che lasciano spazio a suggestioni dall’eco metafisica, spazi desertici e surreali in cui l’animo possa perdersi oppure trovare posto. Liquida, parte della materia terrosa si dispiega sulla superficie lasciandone intravedere il fondo, quasi a suggerire dimensioni “altre”, auspicabili e (non lo si può escludere) migliori di quelle conosciute. Compatta, la parte restante si raggruma mantenendo l’artista e noi ancorati alla consapevolezza di un reale che, se può essere sublimato, oltrepassato, trasgredito, pure non può e non deve essere sottovalutato e dimenticato. Le composizioni, che a un primo sguardo sembrano evocare paesaggi naturalistici, a un’osservazione più attenta si dimostrano capaci di lasciar dissolvere la sostanza fino alla creazione di orizzonti invisibili, attesi, sconosciuti.
L’evoluzione progressiva della sostanza pittorica non ha precluso negli anni la persistenza di un’identità che ha saputo mantenersi salda e coerente; il linguaggio formale riporta competenze consolidate, capaci di permettere alla materia di tracciare strade fluide che evocano in chi guarda libere e intense suggestioni emotive. Il bilanciamento materico e l’impianto coloristico vibrante combinano spontaneità e rigore, in una resa stilistica di raro contrappunto ed eleganza pittorica.

Francesca Bogliolo – settembre 2016

La terra è Madre, potenza generatrice e accogliente. A contatto con essa l’uomo riscopre e rivive valori ancestrali dal profondo significato simbolico.
Attraverso le opere di Carmen Spigno chi guarda trova la via per ricongiungersi con le proprie origini, riconciliandosi con un passato che la materia antica richiama alla memoria con potenza evocatrice.
Foriere di emozioni primordiali le opere della Spigno guidano l’osservatore in un viaggio attraverso la materia e se stesso in un incessante interscambio emotivo.

Francesca Bogliolo – febbraio 2016

Mariarita Isnardi

«Un ambiente sconosciuto e sorprendente;
una tecnica pittorica mai immaginata».

Mariarita Isnardi – ottobre 2012

Guido Folco

“Carmen Spigno: Impronte”

«All’Istituto Italiano di Cultura di Praga, nell’ambito della recente mostra celebrativa dei 150 Anni dell’Unità d’Italia, Carmen Spigno ha presentato la sua pittura, costruita con forza e passione, armonia ed equilibrio formale, tra ricerca volumetrica e spaziale.
Carmen Spigno interpreta infatti l’arte come espressione e testimonianza della società in cui viviamo e la materia diventa strumento comunicativo e diretto per raccontarne drammi e sconvolgimenti. L’artista lavora il colore, abita lo spazio con istinto e razionalità, ne coglie le vibrazioni tonali, così sapientemente condotte attraverso incisioni gestuali, a volte libere, altre rigorose, sovrapposizioni, agglomerati. L’uso delle terre e delle resine naturali, ma anche di altri materiali come la carta, è un rimando simbolico e potente all’origine del mondo e della civiltà, al suo eterno rinnovarsi e la loro manipolazione e trasformazione altro non è che una metafora dell’esistenza umana, della sua storia, del suo millenario percorso terreno.
L’arte di Carmen Spigno è presenza totemica e sacrale, profondamente connessa con la ricerca interiore e spirituale, come una sorta di rimedio ai mali del mondo e del pianeta. Il suo è un naturalismo concettuale, in cui l’allegoria dell’esistenza viene raffigurato negli strappi e nei solchi materici, nelle intersezioni cromatiche, a formare una visione quasi geologica della terra e della vita, in cui rimangono, indelebili, le impronte dell’uomo».

Guido Folco - gennaio 2012

Gianni Daccomi

«Osservando le opere di Carmen Spigno, si può ben asserire di simbiosi con la natura, fuori dal paesaggio, non al di sopra, ma dentro. Sono opere fresche, potrebbero essere fatte ieri come tremila anni fa, perché nascono da un insieme di elementi espressivi noti e intuizioni oscure, o luminose, che rivelano la natura misteriosa e divinatrice della poesia. Non porgono il problema della propria artisticità, ma soltanto dell’evocazione dei sentimenti, della sensibilità lasciata correre sul filo elettrizzante delle personali emozioni dell’artista. Esse portano in sé i segni di un’unità originaria; nella loro espressione questa unità è implicita e costituisce la finalità intrinseca dell’opera d’arte.
L’Artista dipinge per rappresentare la dialettica della coscienza con un antico sempre nuovo sistema di comunicazione segnica, limpido e genuino, interprete di questa maniera istintiva di vivere a stretto contatto con la terra, raccoglierla, palparla, plasmarla per ricrearla e da madre trasformarla in figlia; se ne fa interprete e riesce a rivelarla a se stessa e agli altri attraverso la suggestione delle sue immagini, e in questo divenire offre generosamente la sua sensibilità d’artista a noi.
L’Arte è parlar di emozioni: quelle che si provano nella creazione artistica, quelle che si condividono con l’artista, quelle che suscitano le opere. Comunicare sull’arte vuol dire affinare una sensibilità nel relazionarsi con essa.
Dai lavori di Carmen Spigno, chi scrive trova l’esponente della coscienza artistica atavica, proiettata nella “terra”, formicolante di interessi e di trasformazioni, materia prima del mondo. Attraverso essa si sente emergere la figura dell’ermeticità dell’arte nel senso più vasto, come invenzione e costruzione, quindi di trasformazione, di forza metafisica di un sistema segnico grande, universale.
Con i colori della terra: grigia, ocra, o rossa, vivono le più lontane testimonianze, i più lontani documenti d’archivio dell’arte; dai graffiti, le pitture rupestri, fino alle avanguardie odierne. Dalle testimonianze preistoriche di ventimila anni avanti Cristo a quelle di oggi. In questa irrealtà simbolica e immaginativa risiede l’inebriante riconoscimento della propria consapevolezza; la libera Luce in cui lo spirito si dona. Le cose insensate acquistano senso, escono dal “nulla” e trapassano dal buio alla Luce. La pittura non può andare più in là, né più in là, in definitiva è mai andata».

Gianni Daccomi - luglio 2009

Clizia Orlando

«La dialettica espressiva di Carmen Spigno s’inserisce nell’ambito della ricerca astratto-informale. Soggetto della sua pittura sono ampie campiture cromatiche, linee essenziali, a tratti schematiche, dettate da una gestualità immediata, attraversata da vibrante energia e grafia incisiva, che svela sequenze di interiorizzate scansioni materiche.
La superficie del dipinto diviene il presupposto comunicativo per evocare non tanto le cose dell’esistenza, ma il loro spessore o la loro leggerezza, l’intensità della suggestione o la proiezione del pensiero. L’artista interviene sulla tela o sul sostrato cartaceo con una scelta espressiva, che rivendica le ragioni di una pittura fondata sulla dialettica segno-gesto-colore, libera di esprimere il proprio autonomo potenziale significante.
Un’autoreferenzialità da intendere non come elusivo rimando dell’opera a se stessa, quanto come testimonianza di stati dell’essere, registrazione di un sentire, quale trasposizione di un momento intuitivo iniziale, che diventa, nell’aggettante qualificazione materica di terre, sabbie, resine, tangibile affermazione di uno stato di meditazione. Gialli, ocre, blu definiscono spazialità e profondità, con accensioni e rifrazioni in un succedersi emozionale, in cui ci si addentra per sfiorare l’essenza di quegli accordi.
È l’esprit de matière, che si manifesta nell’affabulazione composta da grumi, macchie, impasti, che si aggrappano alla tela in attesa che qualcosa accada o si fissano immobili, sospesi nel ricordo di qualcosa che è già accaduto».

Clizia Orlando – giugno 2009

Clotilde Paternostro

«Ci sono luoghi che più di altri riflettono lampi della memoria primordiale della nostra Anima.
Forme senza tempo e magnifiche invenzioni. Ama la terra Carmen Spigno; l’amore per la campagna è il veicolo che conduce l’artista a pitture inusitate, inedite. Ama la terra l’artista ma non la terra in senso lato bensì la terra quale zolla, elemento vivo della campagna; terra quale zolla lavorata e impastata, stesa con le dita sulla tela o su qualsiasi supporto possibile (carta, legno, stracci).
La mano lavora la zolla che posta al sole diviene pulita, sgranata dai residui; passata al setaccio si muta in polvere; mescolata poi, questa, alla resina degli alberi da frutta (collante perfetto), forma un amalgama denso, e la mano ancora lo plasma lasciando “impronte”, e “tracce” sugli alberi soprattutto. Un quid panteistico e affascinante, mondo primigenio; la natura per la natura.
Una tesi astratta accoglie la poetica della Spigno. Non forme volute ma sempre e comunque “forme” e spontaneamente nate. A sua insaputa e senza volontà alcuna l’artista crea immagini astratte e materiche (informale-materico); ne sorgono forme attraenti e bizzarre. Permangono anche le striature del tronco; si formano anse voluttuose in perfette diagonali; altrove si evidenziano masse granulose (la corteccia dell’albero) sul piano liscio sottostante. Amore per la natura e per la materia, e la più naturale per eccellenza: la terra».

Clotilde Paternostro – ottobre 2006

Patrizia Gioia

«Queste terre colorate sono sentimenti, devozioni, pensieri, legami, corpi dell’umanità abbandonati, lasciati perire per dimenticanza, sono antiche gioie sepolte perché non plasmate con l’arte dell’amore, sono tradimenti d’intenti, risentimenti inutili, perdoni evitati, sacrifici sacrificati in cambio di inesistenti sicurezze, sono ciò che l’umanità non riesce a contenere, perché l’umanità ancora non ha compreso il vero “religere”, ciò che unisce tutti a tutto. Arte eterna che solo la terra conosce e continuamente ci mostra, amica».

Silvia Bottaro

«Guardare le sue opere, da quelle più lontane svolte sulla carta e con le colature di colore tanto da raffigurare forti guerrieri, oppure ascoltare la musicalità interiore dei suoi “ritmi musicali”, svolti sulla diagonale di un ipotetico rigo dove la mano della Spigno riesce a mescere, con alchemica capacità, una tavolozza a volte rarefatta, altre volte materica tanto da divenire scultorea, significa ascoltare la voce della terra, assaporare albe e tramonti, respirare le resine dei boschi incantati delle nostre alpi e dei nostri Appennini. Certe trasparenze, venature, increspature da macramè, reticoli sottili e delicati dei merletti al tombolo, composizioni geometriche informali desunte dal caleidoscopio della natura ci conducono al di là ed al di fuori della monotonia odierna, della omogeneità delle immagini, della comunicazione pubblicitaria per arrivare ad una introspezione inaspettata…
Le opere di Carmen Spigno ci offrono l’occasione per guardare la nostra anima, in quanto possono essere lette come “pensieri pensati”, come tracce del profondo ancestrale vergate dalla notte dei tempi sui materiali che lei usa indagare abitualmente: il legno, le terre, le resine».

Ugo Ronfani

«La Sua ricerca non è, come spesso accade, ricerca di pura forma, ma di contenuti e di necessità espressiva: cercare nei “segni” e nelle “tracce” disseminati dagli elementi costitutivi della natura (quelli che i pre-socratici leggevano ed interpretavano in cerca dell’armonia mundi) i grandi universali che consentono all’uomo di uscire dalla solitudine del "mondo come rappresentazione" (è stata per secoli la “fatica di Sisifo” della pittura e delle arti in genere) per immergersi, come Francesco nel Cantico delle Creature, nel “dialogo delle beatitudini” degli esseri e le cose. Tanto più l’attenzione - la contemplazione - delle cose del creato è minuta (per Lei le terre e le resine, le pietre e i fossili, i graffiti del tempo,…), tanto più, come suggeriscono certe religioni, ci si può accostare al mistero che ci governa. Per questo stabilivo, conversando con Lei, un rapporto fra la Sua pittura e la poesia di Sbarbaro, che andava in cerca dei licheni della Liguria per nutrire di colori e di ritmi i suoi versi. Per questo Le consigliavo di leggere le pagine di Gaston Bachelard (1884-1962) sulla Psicanalisi degli elementi: dai pre-socratici a Freud, dall’arte come ragione all’arte come rapporto fra l’inconscio e il mondo. La luce, variando, è la prova dell’esistenza del tempo: Le auguro di portare avanti il Suo dialogo con la Buona Terra in ogni momento delle stagioni della vita».

Ugo Ronfani – aprile 2004

Ettore Cerruti

«Poiché i segni iconici e le tecniche spontanee od acquisite, non sono segni fini a loro stessi oggettualmente, ma sono veicoli di significati intenzionali che, nel subconscio dello spirito, mettono in misteriosa comunicazione l’artista ed il fruitore in modo sempre più complesso, la Spigno avvertì con prontezza la mia difficoltà, e prendendomi letteralmente per mano, mi condusse nel suo mondo pittorico, con confortante semplicità.
Compresi allora il connubio natura-materia e, stranamente, pervenne alla mia memoria il detto di Cocteau: “Vedere il mondo in un granello di sabbia… e l’eternità in un’ora”. I suoi personalissimi stilemi pittorici hanno donato spazi cosmici alle sue opere, tutte contenenti una informazione organizzata. Infatti ogni attimo passato nella sua luce e nella sua atmosfera, diventa a suo modo una realtà, e per adeguarsi alla realtà multiforme e ricchissima che la circonda, la Spigno non possiede che il colore e la misura con cui l’artista ne usa per creare le sue auree poetiche, i suoi stupori contemplativi, è veramente unica.
A furia di scavare dentro, la sua pittura si è ridotta alla pura essenzialità, come ha detto Novalis: “Chi riesce ad esprimere un concentrato della realtà, l’essenziale, si avvicina già al sogno, e più ancora alla poesia”».

Luciano Caprile

«Dipingere con i materiali che si incontrano nelle campagne, usare resine e pigmenti non artificiali, è attivare un procedimento che entra nel cuore di quella sostanza da indagare e da ricostruire in forma di colloquio; è raggiungere quella simbiosi tra artista e materia (da considerarsi contemporaneamente quale mezzo e quale fine) che si ottiene talora tra artista e gesto guidato dall’inconscio con stupefacente puntualità “descrittiva”. Si tentano insomma quelle corde altrimenti precluse a chi si accontenta di un approccio più distaccato e più superficiale, a chi persegue soltanto la veste esteriore di un contatto pittorico. Attraverso tale procedimento si deve sempre individuare un accordo tra la necessità espressiva dell’autore e le caratteristiche (se non addirittura le esigenze) della sostanza che di volta in volta viene presa in esame per le sue evidenze cromatiche e fisiche da combinare e da armonizzare per quella specifica dichiarazione. Non siamo quindi al cospetto di un racconto descrittivo (in tal caso l’intero procedimento naufragherebbe nell’espediente), ma di un cammino metamorfico in perpetuo divenire (come succede a tutti gli eventi che maturano e si trasformano in natura) da collocare e da formulare in termini di concretezza su un supporto che lo accolga e ne sottolinei le peculiarità. Un’impresa non agevole che Carmen Spigno ha avviato con entusiasmo e che le procura in ogni occasione emozioni insperate».

Mara Giovine Scavuzzo

«Ammiro il tuo entusiasmo, le tue molteplici attività. Sei donna di vere “passioni”. E quindi splendida. Chi ama l’arte, l’uomo, gli ideali e le idee come te, e ad esse si dedica con generosità, è creatura di luce. Solare. Grazie dunque di esistere. C’è veramente un enorme bisogno di persone come te tra tante anime morte...».

Mara Giovine Scavuzzo – gennaio 2002

Carlo Cormagi

«Tumulto delle materie modulate nella forma, là dove il groviglio denuncia l’oscuro dramma dell’esistere. La soluzione formale si dipana e si tempera in nuovi piani schematici e la verticalità dei frammenti inaugura un inedito universo di segni».

Carlo Cormagi – maggio 2001

Arnaldo Fontana

«Carmen Spigno di Diano Marina. Vive a Garlenda. È donna dal chiaro sorriso, dal deciso portamento e dallo sguardo indagatore. I suoi “Segni” e i suoi “Graffiti” Non definiscono forma alcuna. Interrogano, sorprendono e, spesso, portano il pensiero lontano, in cerca di approdo».

Arnaldo Fontana – marzo 2001

Donata Mora

«Artista gentile, sensibile, misteriosa, fa pensare al cielo, alla terra, all’acqua: elementi primordiali indispensabili all’uomo. I suoi lavori hanno immagini che si “muovono” come in un risveglio fatto di speranza, radici che si spingono nell’azzurro dell’acqua, salgono nella gioia del cielo. L’artista lavora con le terre personalmente raccolte, mescolate alle resine, dando vita a ciò che è fermo. I suoi lavori ricordano la poesia di T. S. Eliot “La terra desolata” (1922). Racconta di profonde radici, della luce del sole, della fine dell’amore, della sua rinascita... Nel lavoro della Spigno, in una prima battuta, si può leggere “qualcosa” di doloroso, di profondo, che quasi si astrae per non rivelarsi del tutto, ma poi il quadro suscita gioia, emette luci ed emozioni; vi si intravede un risveglio spirituale e si intuisce che il percorso sarà ancora fecondo e misterioso, ma non inquietante».

Donata Mora – luglio 2000

Annalisa Rossi

«Rami secchi, terra bruciata, secca che sembra aver completamente perso le decantate facoltà generatrici, ombre, dissolvenze e poi colore, brezza del mare, un sole così rosso da confondersi col fuoco, poi finalmente... il vento a scompigliare i pensieri, un vento soffice e ristoratore o impetuoso e sconvolgente, rinfrescante come un ghiacciolo al limone, desiderato come un tuffo nel mare, sperato come la voglia d’estate o di sole che irrompe all’alba, sulle nostre finestre.
L’arte di Carmen è così, pura emozione, ricordi lontani, sensazioni che la mente sa di aver provato ma che non riesce a ricollocare, a ricordare se, dove, in quale circostanza. Eppure c’è un “incipit” dell’anima, come per tutte le cose, un richiamo prepotente e selvaggio della vita alle sue stesse radici... siamo legati, indissolubilmente, già ma a cosa? Carmen ci accenna quella che in fondo potrebbe essere l’essenza della vita, quel riaffiorare in superficie di dettagli, che forse sono solo tali, o forse qualcosa di più, perché rappresentano il ritmo inconscio, inosservato, ma costantemente presente del tempo, della nostra esistenza, un susseguirsi frenetico di attimi, certo, di orizzonti quotidiani e talvolta banali, spesso troppo sprofondati in quegli spazi, già noti eppure tutti ancora da inventare, scontati perché sempre presenti... eppure così preziosi.
Il sale della vita, questa è l’essenza dell’arte di Carmen, un susseguirsi apparentemente nuovo ma già da sempre conosciuto di quello che siamo noi, un riemergere del mondo, degli elementi in cui il tutto è preordinato. Ciò che siamo noi, ciò che sono gli altri... così tragicamente soli ed unici, eppure costitutivamente legati, fatti delle stesse sostanze, degli stessi elementi, degli stessi ricordi».

Annalisa Rossi – febbraio 2000

Wolfgang Meixner

«È un’artista che fa scaturire dalle sue tele fertili terreni per far crescere in noi sentimenti profondi e la volontà di sintonizzarsi con la natura incontaminata e la sua vitalità invisibile. Nei suoi quadri il seme insito nella nostra anima trova l’“humus” per generare piante meravigliose per spirito e fantasia. La sua opera è una sfida alla nostra forza d’immaginazione. Non è sufficiente soltanto vedere le sue opere: esse vogliono essere percepite con tutti i nostri sensi, soprattutto con quelli interni, poiché aprono dietro di sé un orizzonte che ci porta oltre la realtà oggettiva: un mondo fiabesco in cui le lacrime del colore si trasformano in ritmi di silfidi e l’energia del fuoco elementare infiamma l’alchimia della sua pittura, tra graffiti e luci ardenti. Dinanzi alle sue opere ci sembra di rivivere l’anima della nostra infanzia, ed aprire le ali della nostra coscienza, alzandoci da un mondo limitato per volare nella libertà del bambino che è dentro di noi».

Wolfgang Meixner – marzo 1999

Francesco Gallea

«La resina sciolta in acqua e mescolata alla terra offre la garanzia di lucente durevolezza ed impedisce al nucleo cromatico ogni sfaldamento. Nulla di più naturale e linearmente ecologico. Ma nella pittura di Carmen Spigno, accanto alla genuinità dei materiali si coglie un’ecologia dei contenuti che si realizzano con un’immediata traduzione sulle tele degli stati d’animo. Le pennellate di colore traducono in immagini le sensazioni dell’animo, recuperano i segreti moti del cuore attraverso figurazioni vegetali e schemi compositivi di grande fascino e di notevole equilibrio nell’insieme. Peraltro i colori caldi, autunnali, danno alle immagini un tono di calore intenso che si traduce, per chi li guarda, in un senso di meraviglia che sconfigge ogni possibile malinconia.
Anche quando le immagini sembrano sfuggire ad un livello di tipo figurativo, non si cade mai nel tecnicismo puro o nell’astrattismo formale perché si coglie continuamente un riferimento alla realtà osservata, magari con occhi smagati ma sempre con profonda intensità. Se arte è intuizione lirica, sintesi di forma e contenuto, non si può non riconoscere nell’artista dianese il pregio di una ricerca sincera, che non dimentica le ragioni del cuore e le trasfigura in una splendida visione poetica della realtà».

Francesco Gallea – gennaio 1998